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giovedì 20 novembre 2014

Lucania da riscoprire


Una regione resa tristemente celebre dal brigantaggio e dall’alto tasso di analfabetismo, legato alla povertà, ma  famosa  anche per i suoi poeti  da Orazio a Rocco Scotellaro, per gli studi sulla magia di DeMartino, per il “Cristo si è fermato ad Eboli” che ha creato  una delle tante opere cinematografiche qui girate, più di 40 pellicole dei più celebri registi: Taviani, Rosi, Rossellini, Pasolini, Gibson. “La Basilicata esiste, è un po’ come il concetto di Dio, ci credi o non ci credi” ha affermato Rocco Papaleo in “Basilicata coast to coast”. Lucania, ebbe a dire Pier Paolo Pasolini, come una “Cenerentola del Meridione popolare”. ll dialetto spesso  assurge a vessillo di un’identità da riscoprire,  aspro come il sapore della dimenticanza in una terra  che vorrebbe ritrovarsi.  Proprio come il protagonista del romanzo “Creta rossa”, di Giuseppe Colangelo, un carabiniere in pensione, che torna nei suoi luoghi di origine, riscoprendo le magiche atmosfere di un mondo perduto capace di stupirlo e di coinvolgerlo in oscure vicende dai risvolti imprevedibili. L’autore  ha  voluto descrivere le speranze tradite di una terra sconvolta dagli anni cruciali del boom economico. Una rivisitazione dei luoghi del Materano in cui Colangelo si era già cimentato con la “Freccia di Mezzanotte”, un tempo famosa corriera che la notte portava a casa, nei vari paesi di montagna i passeggeri che arrivavano alla stazione di Grassano. I ricordi riaffiorano rimbalzando dai grattacieli di New York agli angusti e polverosi vicoli di Stigliano. Briganti e rancheros, pistoleri di celluloide ed eroi di cartoon si mescolano a poeti, ad umili contadini  nella location ideale  di un novello Sergio Leone lucano che crede nei valori della memoria”. Si riassapora fra le parole, il gusto di un territorio antico in cui è rimasto saldo il legame con tutto ciò che richiama il  senso della tradizione: le feste di paese, con le solenni  processioni e la grande devozione che le supportava; la fatica del duro lavoro poco ripagato, la corrosiva maldicenza della gente di  piazza.  Riaffiora il ricordo di paesaggi lunari flagellati dalle torride canicole estive, in cui la coltre di inquietante immobilità era rotta unicamente dal fastidioso ronzio della mosche, misto ai latrati dei cani allertati dal fruscìo dei rovi. I termini dialettali restituiscono il sapore di una quotidianità grezza ma intrisa di rassicurante semplicità così come il passo stentato degli asini, tirati faticosamente per la cinghia, per ovviare alla loro innata ritrosia. Una atavica ritrosia connaturata nei vecchi nei confronti del forestiero che irrompe in quel mondo che tende a ripiegarsi su se stesso  dopo che i tanti figli l’hanno abbandonato ma che ora, magari, ambiscono a ritrovarla nei ricordi, nella cinematografia, o nella letteratura.  Fra le pagine di scrittori come Giuseppe Colangelo , poliedrico  conterraneo  che contribuisce  a restituirne l’amato sapore, anche mediante un altro  suo  libro“A zonzo per il materano”,  in cui vuole  far conoscere l’enogastronomia di quella città che è stata da poco proclamata capitale della cultura per il 2019. Cibi rustici che, più che con il gusto e l’olfatto, devono  essere assaporati  con il cuore, spaziando con la mente su quei cumuli di pietre che chiamano paesi, su quei serpenti di pietra senz’acqua che attraversano  angoli di deserto in cui si cela, misteriosamente, l’essenza di una vita primigenia, densa di  prorompenti significati autentici         (Giuseppina Serafino)